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Rocca e Palazzo dei Rettori Pontifici

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Il sollevamento popolare del 1316, che portò all’uccisione del rettore Ugo de Laysac nonché all’incendio dell’archivio e delle porte del palazzo della curia pontificia, indusse il Papa a trasferire la dimora dei suoi rappresentanti in un luogo più sicuro. Fu deciso di costruire un vero e proprio castrum presso porta Somma. Iniziato nel 1321 dal rettore Guglielmo de Balaeto, assistito dal tesoriere e futuro arcivescovo Arnaldo de Brussac, il progetto prevedeva la realizzazione d’un torrione, sovrastante alla porta urbana, secondo modelli in uso in Francia (detto castrum vetus, vale a dire fortilizio costruito prima del palazzo adiacente), e un annesso palazzo fortificato per i rettori (castrum novum). I lavori si conclusero nel 1339, dopo che era stato incaricato di occuparsene il tesoriere Pierre Ricard, il quale nel 1336, con un’ampia relazione, aveva informato dello stato delle opere il papa Benedetto XII.

L’esecuzione del progetto fu affidata in gran parte ai mastri beneventani Meolo e Landolfo, che, oltre alla sede dei rettori, realizzarono un’altana sulla terrazza del torrione per il deposito di armi e vettovaglie, nonché un fossato perimetrale e tre ponti levatoi. Si ebbe così un complesso fortificato ampio e ben munito che utilizzava in parte le aree di sedime del demolito monastero di Santa Maria di Porta Somma, in parte il castellum aquae romano con la relativa condotta di derivazione e il rilevato di antica origine, vale a dire il cassero su cui sorgeva il castello precedente alla ristrutturazione trecentesca. L’insieme delle nuove strutture (castrum vetus e castrum novum), che occuparono una superficie complessiva di 1560 mq., era destinato a svolgere una complessa funzione.

Il torrione con la doppia saracinesca e i ponti levatoi (interno ed esterno), aveva la finalità di controllare i flussi di traffico in entrata e in uscita e di con- sentire al rettore, in caso di sommosse cittadine, di rifugiarsi nel munito ridotto (di qui la presenza d’un terzo ponte levatoio, che interrompeva il collegamento col palazzo) o di abbandonare indenne Benevento. Consentiva, altresì, di far affluire nell’ambito urbano truppe fedeli al pontefice, anche in caso di chiusura delle porte da parte di rivoltosi. Collocato su un terrazzamento sopraelevato il palazzo era circondato da una robusta recinzione e dotato di una torre. Era un edificio a corte con due ingressi (uno dal torrione-donjon e l’altro dal lato meridionale, che tuttavia era preceduto da un’ulteriore porta, situata alla base della rampa del lato occidentale racchiusa da mura), con un doppio scalone esterno, che dal cortile portava all’ala sud, e con la parte orientale che s’interrompeva nell’angolo nord-est, dove si connetteva al donjon mediante un passaggio di ampiezza ridotta.

Al pianoterra, ovviamente sopraelevato rispetto alla quota delle vicine strade cittadine, c’erano un’ampia scuderia, l’armeria e gli ambienti destinati a cantina, a deposito di attrezzi vari, a carcere, a posto di guardia, a cucina. C’erano, inoltre, una cappella per le funzioni religiose riservate agli abitanti del castello e l’aula delle udienze del tribunale.

Al piano superiore, sul lato sud (quello di maggiore importanza), erano collocati: al centro la grande sala delle riunioni, lunga circa m 24, a cui si accedeva direttamente dallo scalone; a destra la camera da letto del rettore, che aveva accanto un’altra stanza inclusa in un’alta torre, nella quale erano stati ricavati altri due ambienti con lo studio del medesimo rettore. Sul lato occidentale, rivolto verso la città, erano gli ambienti destinati agli ufficiali, vale a dire quelle medesime stanze che tuttora conservano i resti di decorazioni pittoriche a fascia alta. L’inserimento di questa articolata architettura di tipo militare, rivolta a contrastare i pericoli interni ed esterni e compiuta durante il periodo avignonese, rappresentò un momento di raffreddamento dei rapporti tra la comunità beneventana e il governo pontificio. Nel castrum si insediarono non solo i rettori ma anche la corte aragonese nel 1440 e per un periodo di tre anni. Dopo il sisma del 1456 le strutture furono consolidate e rafforzate con opere addizionali a scarpa. In particolare il torrione, che già dal secolo precedente non inglobava più la porta Somma, traslata sul lato sinistro del fortilizio, fu circondato da una falsa-braga con casamatta armata con bocche da fuoco, garitte e, nella parte esterna, con un antemurale. Dal XVI secolo in poi il castrum vetus fu denominato “rocca” e progressivamente adibito a carcere. L’assetto trecentesco fu modificato parzialmente nel XVII secolo con l’ampliamento dell’ala sud del palazzo e con diffuse decorazioni pittoriche interne. Infine, dopo ulteriori interventi conservativi compiuti dopo il sisma del 1702 e nel 1762, durante il governatorato di Stefano Borgia, nella prima metà del XIX secolo l’architetto della Delegazione Giovanni Torre ristrutturò l’intero palazzo, aggiungendovi un monumentale scalone in stile neoclassico, che si affaccia sul cortile interno con un timpano alla greca e un piccolo campanile sul lato occidentale, effettuando, nel con tempo, un complessivo riordinamento delle facciate. Agli inizi del Novecento furono eliminate le strutture quattrocentesche che avvolgevano il torrione del Trecento riportando l’architettura del monumento alla sua conformazione originaria.

Un ulteriore restauro condotto negli anni Novanta del secolo scorso ha riportato alla luce i resti dell’acquedotto romano, situato all’interno dall’ala nord del palazzo e ha modificato in parte la distribuzione degli spazi interni ottocentesca riproponendo la sequenza ritenuta originaria delle sale, così come si poteva ricavare dai lacerti delle fasce decorative che contornavano in alto gli ambienti. La rocca ospita attualmente la parte risorgimentale degli allestimenti del Museo del Sannio, mentre il palazzo è la sede della Presidenza e del Consiglio dell’Amministrazione della Provincia di Benevento.