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Palazzo Paolo V

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La comunità beneventana ebbe nel XIII secolo i suoi primi statuti ma non ebbe, per quanto è dato sapere, un edificio che accogliesse il consesso civico e che ne simboleggiasse la volontà di autonomia politica in forme analoghe a quelle nate nei liberi comuni dell’Italia centro-settentrionale. All’incirca fino all’anno 1588, epoca della definitiva approvazione da parte del pontefice della terza stesura degli statuti cittadini, i consigli erano tenuti di volta in volta in luoghi diversi. Si ha notizia di adunanze del civico parlamento ospitate nella cattedrale, nella chiesa di S. Caterina, dell’Annunziata e di S. Sofia, nel convento di S. Francesco e perfino nella Rocca dei Rettori pontifici. Che questa ospitalità fosse non del tutto disinteressata è dimostrato da un “breve” di Adriano VI con il quale nel 1523 si stabilisce che il governatore o il suo luogotenente debba lasciare piena indipendenza ai consoli nella scelta dei locali per l’assemblea consiliare, accogliendo così una precisa rivendicazione dei rappresentanti della città.

Anche l’arca della comunità, contenente deliberazioni, sigilli e documenti pubblici di vario tipo, vagava abitualmente di luogo in luogo. Il quadro istituzionale dell’epoca evidenzia, sulla base degli statuti, un netto predominio della classe popolare che su quarantotto membri del consiglio ne controllava trentasei in rappresentanza di mercati, artigiani, e massari (12 per ciascun ceto). I nobili occupavano i restanti dodici seggi e apparivano in quella fase in una posizione di arroccamento e di sostanziale debolezza politica. In un siffatto contesto matura intorno al, 1598, anche in risposta all’atteggiamento dell’arcivescovo Palombara che si ribadisce contrario allo svolgimento dei consigli nelle chiese la decisione di edificare la “domus universitatis”.

Se ne attribuisce l’ideazione all’architetto Giovanni Fontana (1540-1614) fratello del più famoso Domenico, avendone documentata la presenza in Benevento per lavori di rifacimento della chiusa presso il fiume Sabato che regolava il funzionamento dei canali dei mulini. Pur sembrando esteriormente un palazzo rinascimentale, al suo interno tuttavia non ha quasi nulla delle dimore del genere, anzi rinnova lo schema distributivo del broletto medioevale, poiché consiste in un’unica grande ampia sala al primo piano e comprende altresì due stanze con loggia destinate ai consoli ma queste ultime sono poste nel corpo di fabbrica retrostante non coevo alla sala. Essa a sua volta occupava tutto il fronte dell’edificio ed era destinata ad ospitare le adunanze del consiglio. Ma già nella seconda metà del XVII secolo è documentata al suo interno la presenza delle strutture lignee del teatro comico Si tratta di implacati di notevole consistenza, complessi e non provvisori in grado di costituire un insieme articolato di palcoscenico, quattro ordini di palchi, platea e loggione per complessivi cento posti fissi. In questo teatro furono probabilmente rappresentate per la prima volta le opere del beneventano Piperno e nel medesimo spazio le esigenze amministrative del civico consesso dovettero contemperarsi con le esigenze dello spettacolo.

Ai consoli furono destinate tre stanze per i loro uffici solo in una seconda fase, dopo che furono acquisiti al patrimonio pubblico, tra il 1614 e il 1616, terreni e case retrostanti al corpo originario del palazzo. L’edificio sarebbe stato terminato nel 1607, almeno per la parte che prospetta sulla via Magistrale (l’attuale Corso Garibaldi). Ci sono tuttavia numerosi elementi che inducono a credere più complessa e lunga la fase formativa del palazzo che dovrebbe essere stato ultimato non prima del 1616. Dopo tale data inizia l’ampliamento del palazzo intorno alla corte che fino a quel momento era stata forse uno spazio passante a servizio di più case.

L’ampliamento si concluderà nel 1629 con l’acquisizione dell’abitazione ove sarà collocato l’archivio. Nel 1850 fu demolito il teatro comico. Nel grande ambiente che ospitava la platea, i palchi e il palcoscenico furono realizzati due appartamenti su piani diversi a destinarsi l’uno per la sala del consiglio e per le magistrature comunali, l’altro per l’assessorato legale, per uffici e per la sala delle udienze. Al pianterreno trovavano sistemazione alla sinistra entrando gli uffici per l’amministrazione del dazio sulla moliture e a destra quelli per l’amministrazione dei dazi comunali. In facciata al posto delle piccole aperture a semicerchio furono ritagliate finestre quadra-te alla maniera del palazzo Massimo in Roma e inserito un bugnato fino all’altezza del marcapiano. I lavori, condotti dall’ing. Eugenio Greco, durarono fino al 1880. Fu, intanto, acquistata l’aula della vecchia chiesa di S. Caterina, contigua al lato destro del palazzo che fu sopraelevata collegandola alla complessiva sopraelevazione delle ali laterali e del lato di fondo del palazzo. A questa trasformazione della originaria configurazione del palazzo magistrale corrispose un adeguamento della facciata con estensione della superficie trattata a bugnato protrattosi fino alla metà del Novecento. Negli anni novanta del medesimo secolo un completo restauro ha in gran parte ripristinato l’assetto seicentesco di palazzo Paolo V.