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Le mura di Benevento dal IV al XIX Secolo

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Le fonti letterarie riferiscono dell’esistenza della cinta difensiva nell’occasione della distruzione delle mura, operata da Totila nel 542, dopo la conquista della città. Un’ulteriore conferma dell’esistenza d’un saldo sistema difensivo urbano è fornita, a metà del VII secolo, dalla notizia dell’assedio posto nel 663 dall’imperatore bizantino Costante II, allorché l’intervento dell’esercito del re Grimoaldo e (secondo la tradizione agiografica) la presenza orante del vescovo Barbato risultarono decisivi per la salvezza della città.

L’origine, considerata la scadente qualità delle apparecchiature murarie, si può spiegare con  le condizioni emergenziali in cui furono costruite le difese, probabilmente erette intorno alla metà del IV secolo, quando il brigantaggio assunse tale dimensione e pericolosità da richiedere l’intervento dello stesso imperatore Valentiniano I. Esse, tuttavia, furono sempre riparate alla meglio dopo gli eventi bellici, quando le opportunità di spoliazione degli edifici pubblici di età classica si erano ormai esaurite e la possibilità di  modificarne l’impianto complessivo ridotte. 

Alla fine del IX secolo l’assetto difensivo urbano doveva, comunque, avere una consistenza ben salda, se nell’891 la città poté resistere per più di tre mesi (dal 13 luglio al 18 ottobre) all’assedio delle truppe bizantine del protospatario Simbaticio. Proprio nella seconda metà del X secolo si registra un più consistente ampliamento della cinta difensiva, che solo allora dovette raggiungere i bordi dei cosiddetti Canali dei Mulini. Il 25 ottobre del 989, come riportano gli Annales beneventani, un violento sisma fece crollare quindici torri (una parte delle quali, tuttavia, non appartenevano alla cinta difensiva) e procurò la morte di centocinquanta persone. Tra XI e XIII secolo la città registrò dei contenuti ampliamenti con modifiche e rafforzamenti della cinta muraria, che, però, nel 1241 non riuscirono a impedire all’esercito svevo guidato dall’imperatore Federico II di irrompere in città procurando enormi danni anche alle strutture difensive, danneggiamento reiterato nel 1250. Nel 1266 con la sconfitta di Manfredi di Svevia presso Benevento il disastroso fenomeno si ripeté ancora e diversi tratti delle mura furono abbattuti dai soldati angioini. Ci volle molto tempo per rimediare a tale diffuso indebolimento delle difese urbane. Infatti nel 1440 Alfonso d’Aragona entrò in città con relativa facilità e vi restò per tre anni con la sua corte, producendo laceranti effetti sulla vita della società locale. In seguito a tale esperienza si pose nuovamente il problema del rinnovamento delle difese urbane. Ma solo dopo il 1456, in conseguenza dei rilevanti crolli causati dal terremoto di quell’anno le mura furono riparate con importanti integrazioni, come ad esempio la famosa “Torre della catena”, un baluardo moderno del 1477 dotato di sottopasso che si sovrappose alla torre del sec. XI, e la rondella di viale dei Rettori. Ma a parte alcune limitate innovazioni per il resto le vecchie, disomogenee e fragili apparecchiature della cortina difensiva furono mantenute. Un’ulteriore fase di restauro del sistema difensivo cittadino si ebbe dopo il 1595 a causa degli effetti rovinosi dell’assedio del 1557, condotto dalle truppe di Filippo II d’Austria al comando del duca d’Alba. Un’ultima operazione generale di consolidamento fu effettuata nel XVIII secolo mediante il rifacimento di diversi tratti delle mura. Nelle mura si aprivano varie porte. Durante il governo di Arechi II, a cui Leone Ostiense attribuisce l’ampliamento della città con l’addizione della civitas nova e la ricomposizione della cinta muraria, risultano esistenti almeno cinque varchi di accesso a Benevento, vale a dire: 

1.  Porta Aurea (ossia l’Arco di Traiano), 

2. Porta Somma (in posizione diversa rispetto a quella  adeguata alle esigenze del castello trecentesco e addossata alla torre dell’acquedotto romano, ovvero al castellum aquae della colonia latina), 

3. Porta Rufina (al termine dell’odierna Via Annunziata, tra la Rampa Montevergine e Via G. Miele 

4. Porta San Lorenzo (ubicata al termine dell’odierno Corso Dante tra i palazzi Pacca e Polvere-Pedicini, fu restaurata nel 1630 dal governatore Arcasio Ricci. 

5. Porta Iscardi o Viscarda, che in età più tarda, per la presenza, in zona, di numerose fornaci per la cottura della calce, fu detta Portella delle Calcare e assunse, infine, il nome di Port’Arsa dopo il rifacimento eseguito nel quarto decennio del XVII secolo. 

 Ai cinque ingressi ora elencati si potrebbe peraltro aggiungere, benché la memoria documentale non sia anteriore al XII secolo, la Porta Gloriosa (nome che, secondo la tradizione, intendeva ricordare il trionfale ritorno del duca Romualdo I dopo la sconfitta inferta al generale bizantino Saburro nella battaglia di Forino), poi detta Porta di Calore per la sua posizione presso l’omonimo fiume. Era una porta doppia collocata alle due estremità del ponte Marende o di S. Onofrio (noto come Ponte Vanvitelli dopo il rifacimento del XVIII secolo effettuato su progetto dell’architetto della Reggia di Caserta).

Nel XIII secolo si ha notizia di altre quattro porte, delle quali però si ignorano le date e i motivi dell’apertura. Sono le porte di S. Renato, di S. Tecla, di S. Potito e degli Scannelli, a cui nel XIV secolo se ne aggiungerà una quinta, la cosiddetta Porta Rettore. Alla fine del XIV secolo, dunque, la cinta urbana beneventana contava in tutto undici porte. Subito dopo l’unificazione nazionale le porte urbane furono demolite con l’eccezione della Porta Aurea, di Porta Arsa e di Porta e di Porta Rufina, quest’ultima, distrutta nel ventennio fascista.

Per tutte le esigenze di difesa della città Benevento ha sempre contato su un’organizzazione di base, cui tutti i cittadini avevano l’obbligo di dare il proprio apporto, soprattutto nei momenti di emergenza. In Benevento, tuttavia, sia le circostanze straordinarie, in cui bisognava approntare e sostenere la difesa militare della città, sia le incombenze ordinarie di sorveglianza delle mura e delle porte urbane non si trovano regolamentate e riportate in alcun documento noto. Perfino gli statuti civici del 1203 e quelli successivi del XV e XVI secolo non trattano l’argomento se non incidentalmente.