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Monastero e Chiesa di Santa Sofia

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Il complesso monastico di S. Sofia ha origine intorno alla metà del secolo VIII, ma è controversa la precisa delimitazione dell’arco temporale della sua fondazione e ultimazione. Gli Annales Beneventani e Leone Ostiense concordano nell’attribuire al duca Gisulfo II (742-751) il merito di aver avviato nell’anno 737 la costruzione della chiesa , anche se poi, a causa della morte del duca, l’opera non sarebbe stata portata a termine. L’avrebbe completata, dunque, il suo successore Arechi II (758-787). La carenza di esaurienti dati archeologici ha, però, aperto la strada ad una diversa interpretazione che, recependo essenzialmente la versione di Erchemperto e le ripetute attestazioni del Chronicon sofiano, ha ritenuto di poter assegnare in esclusiva ad Arechi II l’ideazione e la realizzazione della celebrata architettura. Secondo quest’ultima opinione la costruzione della chiesa dovrebbe intendersi disgiunta da quella del cenobio, il quale sarebbe, pertanto, posteriore. Arechi II già nei primi mesi del 760, poco meno di due anni dopo aver raggiunto il vertice del ducato, provvide, infatti, alla consacrazione dell’aula ecclesiale che fu esaltata dalla deposizione sotto l’altare, al centro dello spazio liturgico, delle spoglie dei ss. Dodici Fratelli, reperite per espressa volontà del duca in diversi luoghi della Puglia con il fine di trasformare il luogo nel sacrario delle genti longobarde del Sud.

A queste reliquie furono aggiunte poco dopo quelle di s. Eliano (763) e di s. Mercurio (768). Di recente il medievista Vito Lorè ha fatto però osservare che sia il Chronicon di S. Sofia di origine beneventana, sia il registro di Pietro Diacono di elaborazione cassinese, entrambi fonti essenziali per la datazione dell’edificio monastico e della chiesa di Benevento, sono una raccolta di documenti messa insieme per sostenere le tesi contrapposte delle due comunità benedettine. Monte Cassino riteneva che il cenobio beneventano fosse di propria pertinenza, essendo di fondazione ducale, i monaci di Benevento sostenevano che fosse, invece, di fondazione principesca, quindi successivo al 774 (data del crollo della Longobardia del Nord) e pertanto autonomo. Nessuna delle due tesi si basava su documenti dirimenti, indipendentemente dall’esito della vertenza favorevole ai beneventani. Dunque non è dimostrabile né la precisa datazione dell’intero complesso monumentale, né la costruzione differita nel tempo delle due componenti (chiesa e monastero). Anche la dedica del tempio alla Divina Sapienza, imposta dalla volontà ducale, è stata oggetto di varie interpretazioni. Da parte di alcuni è intesa come un esplicito richiamo a S. Sofia di Costantinopoli, nonostante che l’architettura beneventana sembri piuttosto assimilabile ad un genere diverso di modelli architettonici. Da parte di altri si tratterebbe di un riferimento ad una santa locale. Lo storico Giovanni Vitolo ha, tuttavia, avanzato ipotizzato l’inquadramento di S. Sofia nell’ambito delle percorrenze verso la Terrasanta riferendola, dunque, a Gerusalemme, dove, secondo il Siracide abita la Divina Sapienza. 

Inizialmente il monastero fu sede di una comunità benedettina femminile, la cui prima badessa, secondo la tradizione erudita, sarebbe stata Gariperga, sorella del duca Arechi II. Non siamo in grado di stabilire con esattezza quale fosse la conformazione dell’originario monastero femminile. E’ probabile che gli ambienti del piccolo cenobio fiancheggiassero il volume emergente delle strutture ecclesiali, probabilmente composte da due aule affrontate. Lo scavo stratigrafico condotto in piazza Matteotti lo lascia intravedere. L’area indagata è restata fino agli inizi del XIX secolo chiusa nel recinto monastico e conserva al di sotto del piano pavimentale resti murari appartenenti ad un edificio dalla larga abside demolito o forse crollato che sembra avere avuto articolate connessioni con la superstite chiesa e con altre costruzioni. Tra i secoli X e XI secolo l’insediamento benedettino di S. Sofia, divenuto, intanto, maschile e resosi indipendente da Montecassino, fu in grado di accorpare varie aree confinanti che gli consentirono di ingrandirsi divenendo uno dei maggiori monasteri della città. Nella prima metà del XII secolo la tipologia del monastero di Santa Sofia doveva essere ormai quasi del tutto definita. Aveva due chiostri (il secondo, di cui parlano le fonti di archivio, è andato perduto a seguito di un sisma) decorati da pregevolissime sculture. Quello dei due sopravvissuto ha pianta quadrata con un angolo rientrante, è formato da quadrifore e da una sola trifora, tutte composte da colonnine sormontate da capitelli, pulvini con straordinaria varietà di figure scolpite a rilievo e archetti a ferro di cavallo di tipo moresco. Al compimento di tale opera provvide l’abate Giovanni IV, la cui dedica compare su uno dei capitelli. Il complesso edilizio tra XII e XIII secolo doveva aver superato di poco i duemila metri quadrati di sola superficie coperta e l’intera area recintata, compreso l’orto e il giardino, aver raggiunto almeno un ettaro di estensione. Comprendeva circa venti ambienti al piano terra, tra cui un’ampia sala capitolare, lo scriptorium, un oratorio, il refettorio, le cucine, il cellario, qualche deposito, le scuderie e vari annessi. Al piano superiore conteneva le celle dei monaci, una lunga camerata sul lato Ovest (raddoppiata nel Novecento), altri locali, tra cui l’archivio monastico e una loggia. I monaci, tuttavia, non superavano le dieci unità. L’architettura del monastero di S. Sofia rientra nelle tipologie formali adottate dalle comunità benedettine, mentre la chiesa annessa mostra, invece, notevoli singolarità. Impostata su una matrice geometrica decagonale (dieci è il simbolo della Divina Sapienza) sviluppa uno schema di impianto planimetrico a stella con dieci punte, modificato sul lato Nord da una parete curva contenente tre absidi, di cui le due sopravvissute alla demolizioni settecentesche sono magnificamente affrescate, e sul lato Sud da un muro dal profilo trapezoidale in cui è stato ricavato il portale di ingresso sormontato dalla lunetta bassomedievale che raffigura Cristo in trono affiancato dalla Vergine, da s. Mercurio e dall’abate inginocchiato. Il perimetro mistilineo della chiesa appare del tutto privo di similitudini e potrebbe essere il risultato dell’adattamento ad aula ecclesiale dell’originario Martyrium.

Anche nello spazio interno si notano diverse anomalie. L’insieme delle voltine a vela è sostenuto, nel circuito più ampio, da dieci robusti pilastri in conci di pietra calcarea e laterizi (due dei quali sostituiti da colonne) e da sei colonne nel circuito più ridotto. Queste ultime, però, sono poggiate ad un livello più alto rispetto alle altre fondazioni e si innestano sopra un pavimento in tessere marmoree altomedievale. I raccordi tra i supporti verticali appena descritti sono costituiti da archi in laterizi disomogenei approssimativamente sistemati con non poche forzature. Ciò farebbe supporre che in origine il tempio fosse dotato di una grande cupola poggiata sui soli pilastri e che a seguito di un rovinoso  terremoto la chiesa sia stata ridimensionata in altezza introducendo le colonne e riducendo il sistema di coperture ad un volume meno vulnerabile dal sisma. Il complesso monastico ed ecclesiale di S. Sofia ha subito vari terremoti tra cui particolarmente violenti furono quelli del 1456, del 1688 e del 1702. In queste due ultime circostanze il card. Orsini, arcivescovo della diocesi, fece radicalmente ristrutturare l’aula eliminando i muri a spigolo e trasformando l’edificio in un tempio a pianta centrale dal perimetro circolare e dalla facciata a capanna. Contemporaneamente il campanile fu traslato ai bordi della via Magistrale dove ancora si trova. Negli anni cinquanta del Novecento un ulteriore, deciso intervento ha tentato di riportare l’organismo architettonico alle condizioni antecedenti al rimodellamento settecentesco. Nel 2011 S. Sofia, considerata rappresentativa della cultura longobarda, è stata inserita dall’UNESCO nell’elenco dei beni dichiarati “patrimonio dell’umanità”. Gli ambienti del monastero ospitano oggi il Museo del Sannio in cui si conservano testimonianze di arte e di cultura materiale di grande valore storico- culturale.